Basilicata – Salerno

Basilicata – Salerno 2017-02-15T13:55:18+00:00

Cava dei tirreni Giffoni valle Piana Montecorvino Potenza Vietri di Potenza Eboli Lagonegro Lauria Salerno

Provincia di Basilicata-Salerno

 

Provincia Lucaniae. Origini: 1558; Provincia: 1560.

 

Provinciale e consiglio di Basilicata Salerno (2017-2020)

MP: fr. Valentino Incampo

VP: fr. Salvatore Mancino

2C: fr. Massimo Poppiti

3C: fr. Giacomo Michele Santarsieri

4C: fr. Aniello Scaramella

Eletti: 15/02/2017

Luogo:

Presidente: Raffaele Della Torre, Consigliere generale

Notizie storiche

I Cappuccini di Basilicata, uniti a quelli della Puglia fino al 1560, costituirono la Provincia Monastica di «S. Girolamo», che Padre Tullio da Potenza fondò nel 1530 per incarico di Padre Ludovico da Fossombrone.
La «erezione giuridica» della Provincia di Basilicata fu decretata nel 1558 dal Capitolo Generale tenuto a Napoli sotto la presidenza di Padre Tommaso da Tiferno, «vicario» dell’Ordine.
La nascita effettiva della Provincia si ebbe però nel Capitolo Provinciale tenuto a Potenza «alli nove del mese di agosto 1560» con l’elezione del Vicario Provinciale nella persona di Padre Bernardino da Balvano. La data, 1560, è da ritenersi certa, anche se due brevi relazioni sulla fondazione della Provincia, conservate manoscritte nell’Archivio Provinciale dei Cappuccini di Basilicata – Salerno, la pongono nell’anno 1555; la discrepanza è stata originata dai, pur fedeli, cronisti della Provincia, i quali fanno confusione fra il 1555, data di inizio del movimento «separazionista», e il 1560, anno di attuazione. Il primo Decreto di costituzione giuridica della Provincia Cappuccina di Basilicata – Salerno è seguito da un secondo Decreto Generale del 1578 e da un terzo del 1589, nei quali vengono definiti i confini e l’attribuzione dei conventi.
Il Decreto del 29 maggio 1578 stabilisce, in linea generale e per una migliore efficienza di governo, i confini tra Napoli, Basilicata e Puglia, «onde ì frati stiano più raccolti et meglio et più spesso visitati et aiutati»: la Basilicata si distacca da Napoli, e la Puglia cede i conventi di Tursi, Ferrandina, Tricarico, Potenza e Vignola, che entrano a far parte della nuova entità religiosa. Poiché questa parte dell’Ordine così delimitata «assai pate disagi, fatiche et travagli» vi si uniscono i conventi di Salerno, Giffoni Valle Piana, Montecorvino Rovella, i quali sono ritenuti più comodi e meglio provveduti; vi si aggiungono inoltre quelle terre che sono tra Melfi e Potenza; talché Melfi sia termine e confine inclusivo della Provincia di Basilicata – Salerno».
Nel 1578 la Provincia di Basilicata – Salerno si componeva quindi di 9 conventi: Tursi, Ferrandina, Tricarico, Potenza, Vignola, Salerno, Giffoni Valle Piana, Montecorvino Rovella e Melfi.
Nel 1596 il numero dei conventi saliva a 26 per l’apertura di S. Cipriano, Eboli, Campagna, Polla, Sicignano, Vietri di Potenza, Picerno, Marsico Nuovo, Muro Lucano, S. Menna, Tolve, Saponara, Sala Consilina, Lagonegro, Montesano, Senise e Castelsaraceno.
Nel 1650 la consistenza della Provincia di Basilicata – Salerno era di 42 case religiose per l’apertura di Monticchio, Montalbano, Grottole, Camerota, Novi Velia, Ottati, Castiglione dei Genovesi, Abriola, Perdifumo, Piaggine, Maratea, Centola, Lauria, Castelluccio, Potenza – S. Carlo, Lagonegro – S. Francesco. Nello stesso anno la nuova Provincia si componeva di 262 sacerdoti, di cui 47 predicatori, 60 chierici e 190 fratelli laici: in tutto 452 membri. Aveva inoltre tre luoghi di studio e il noviziato.
La situazione «personale» dei Cappuccini in Basilicata – Salerno non ha avuto delle «costanti» assolutamente tali; essa è andata soggetta a delle naturali variazioni, caratterizzate da un «boom » espansionistico iniziale e da contrazioni numeriche; mentre il numero dei conventi è rimasto inalterato: 42 fino al 1805.
Il numero dei religiosi conosce due periodi di vigorosa crescita e di naturale espansione: dal 1619 al 1651 il numero sale da 388 a 498; dal 1686 al 1780 il numero varia ancora da 410 a 557.
Un improvviso e sintomatico calo si registra negli anni 1780 – 1797, nei quali il numero dei religiosi scende da 557 a 312! Non vi saranno poi altre riprese: la Provincia si avvia così ad un lento declino sia quanto al numero dei frati che a quello dei conventi.
Questo declino ha le sue prime avvisaglie nella politica riformatrice perseguita con particolare costanza da Bernardo Tanucci, che dominò la scena politica napoletana sotto Carlo III e durante la «reggenza», allorquando il Borbone si trasferì in Spagna, lasciando sul trono di Napoli il figlio minore, Ferdinando IV. Nella politica il Tanucci sostenne i diritti assoluti del Sovrano contro le ingerenze e i privilegi della Chiesa; questa sua politica determinò il Concordato del 1741, fra il Regno di Napoli e la S. Sede, con il quale si istituzionalizzò il predominio dello Stato in molti «affari» della Chiesa. In conseguenza, ai religiosi del Regno delle Due Sicilie fu limitata la «comunione» con i Superiori maggiori e fu proibito di ricevere novizi senza l’assenso reale.
Nel manoscritto: Ministri e Capitoli Provinciali, 1530-1972, dell’Archivio Provinciale dei Cappuccini di Basilicata – Salerno, nella «notizia» relativa all’anno1749 si legge che si procedette all’elezione dei Superiori della Provincia solo dopo aver ottenuto il «Breve Apostolico» per la convocazione del Capitolo Provinciale e il «Regio exequatur». E’ la prima volta che lo Stato si inserisce negli affari interni della Provincia. D’ora in avanti tutti i Capitoli Provinciali verranno celebrati sotto l’ombra «protettrice» dello Stato!
Ben presto le conseguenze del controllo dello Stato nella vita della Provincia divennero operanti e opprimenti: è del 1779, infatti, la proibizione di ricevere novizi all’Ordine, e la «notizia» viene affidata alle Cronache così testualmente: «In questo anno parimenti il Provinciale ricevé dalla Corte la proibizione di non più ricevere novizi». Né il controllo si limitò a indicazioni esterne alla vita monastica, ma si insinuò fino al punto da intralciare la vita interna della comunità, intervenendo finanche sul modo di eleggere i guardiani.
Negli anni 1793-1810 i sette Capitoli Provinciali furono celebrati sempre «previa real licenza».
Il rapporto ingerenza regia-sviluppo numerico dei religiosi è palese: non appena, difatti, la prima viene sospesa o attenuata, il secondo è in aumento: la Provincia ebbe una leggera ripresa nel 1790, anno in cui si ebbe licenza di ricevere 10 novizi, e negli anni 1797-1800 quando se ne ricevettero altri 12 «per grazia» del Cardinale Ruffo, vicario Generale del Regno. S. M. Re Ferdinando IV permise inoltre, nel 1800, altri 24 elementi.
Con l’apparire all’orizzonte della Stella Napoleonica la politica nei confronti della Chiesa fu più subdola e capziosa: la Convenzione tra il Governo Napoleonico e Pio VII, il Catechismo Imperiale, il dono di una Abbazia e di una medaglia d’oro al Capitolo metropolitano di Napoli, furono solo tentativi per accattivarsi la benevolenza del clero secolare, mentre si dichiaravano non più corrispondenti ai nuovi tempi le corporazioni religiose.
Gli Ordini Religiosi erano «divenuti meno utili… e la nostra santa religione, ormai gloriosa e trionfante, non era più ridotta a sfuggire la persecuzione nella oscurità dei chiostri … ». Essi vennero quindi avversati quale inutile sovrastruttura della Chiesa, e, particolarmente, perché a causa della loro unità di indirizzo, o di movimento alle dipendenze dei Superiori dell’Ordine, costituivano una forza preoccupante per i nuovi politici.
Obiettivo della nuova strategia politica fu il patrimonio economico degli Ordini Religiosi, e lo si raggiunse disgregandone l’unica forza di coesione che era costituita dalle Costituzioni religiose, le quali tenevano uniti i membri tra di loro e con i Superiori. Esse vennero abolite col R. D. del 7 – 8 – 1809; mentre i conventi vennero soppressi poco dopo, 25 maggio 1811, ad opera del Buonaparte.
Il patrimonio economico dei soppressi Ordini soddisfece abbondantemente le esigenze del nuovo regime: i conventi furono presto trasformati in caserme, municipi, carceri, ospedali, scuole, ecc., ecc., come risulterà dai verbali della chiusura dei conventi che esamineremo appresso.
Si rispettò nell’opera di demolizione degli Ordini Religiosi una certa parvenza di logicità: si stabilì la riduzione di più conventi nello stesso luogo e si fissò in un minimo di 12 il numero dei frati nei singoli conventi.
Si passò quindi all’aspetto pratico della soppressione: l’Intendente della Provincia di Principato Citra redasse uno «Stato dei Monasteri degli Ordini Religiosi che non contenevano il numero di 12 religiosi prescritti: tra questi quelli di Eboli, Giffoni Valle Piana, Centola e Castiglione».
Ma verranno tempi ancora più duri: le restrizioni di questo periodo preludono a interventi statali ancora più restrittivi; lo Stato ormai ha una visione esatta e non manca di controllare la bisaccia dei poveri frati.
Il R. D. del 7 agosto 1809 sopprime gli Ordini Religiosi Possidenti mentre risparmia i mendicanti, i quali si dedicano con profitto alla scuola dei fanciulli. Il regio Dispaccio dello stesso 7 agosto 1809 abolisce le Costituzioni degli Ordini Mendicanti: il documento in sette articoli, consentendo ai religiosi di restare nel proprio convento, vieta loro di aver rapporti col Provinciale e con gli altri conventi.
Non resta, a completamento del piano governativo, che la soppressione e l’incameramento dei Conventi: il che avvenne con la Circolare del Ministro del Culto e della Giustizia del 25 maggio 1811; di conseguenza furono soppressi i nostri conventi di Cava dei Tirreni, Montecorvino Rovella, San Cipriano, Giffoni Valle Piana, Castiglione, Campagna, S. Menna, Ottati, Castelluccio, Polla, Marsico, Massa, Centola e Camerota. I conventi di Camerota, Centola, Ottati, saccheggiati da soldati e briganti, furono presto abbandonati. Fuori del Principato Citeriore furono soppressi i conventi di Castelsaraceno, Senise, Montalbano, Grottole, Tricarico, Tolve, Monticchio, Melfi, Abriola e Potenza – S. Antonio.
Il convento di S. Francesco in Lagonegro fu adibito a caserma del Genio e quello di S. Carlo in Potenza fu trasformato in Ospedale. Altrove, come nei conventi di Montecorvino Rovella, Tricarico, Montalbano e Monticchio, i religiosi restarono, ma pagandone il fitto.

X